Inside out

[on the air: lava - m. ayane g. caccamo]



Mah. Dunque.
Era una vita che non andavo più al cinema a vedere film di animazione... L'ultimo forse era stato Nemo... (che mi era piaciuto da matti) ma ho dato retta a qualche parere ed alle recensioni che, a mio avviso, erano e sono un pò esagerate.
La storia è assolutamente geniale, così come il meccanismo dei ricordi, i cosiddetti "ricordi base", le emozioni, le isole che rappresentano i punti cardine della vita della ragazzina... Si, geniale sul serio.
Così come i personaggi che, nell'ordine da sinistra sono (stati rappresentati anche in modo molto preciso, perchè anche la sola estetica già trasmette qualcosa) rabbia, paura, gioia, disgusto (conosco un'infinità di donne di quel colore, con quella postura e con quella espressione del viso. Uau.) e tristezza. Le emozioni che gestiscono i momenti del quotidiano ed i ricordi della protagonista dall'interno, tramite una consolle tipo quella di Mimmo Amerelli. Carino, sul serio. Però è stato un film che, al di la del significato e del contenuto, mi è scivolato via. Sicuramente non adatto ai bimbi piccoli, che non ne coglierebbero assolutamente il reale senso. Non so.
Mi aspettavo qualche emozione in più. O che desse qualche spunto in più di riflessione. Comunque, è sempre un bel vedere; i film della pixar non mi fanno impazzire, mi sembrano troppo finti, però sono obiettivamente fatti benissimo. In ogni caso, di personaggi identici a tristezza ne conosco una quantità industriale, per non parlare della rabbia. E dal vivo provo lo stesso fastidio che mi provocava vederli nel film. Non vedevo l'ora che sparissero dallo schermo. Come nella vita, in cui aspetto sempre con ansia il momento in cui si levino dai maroni. 

La battuta migliore, in assoluto è stata questa: “Il subconscio? E’ il luogo dove vanno tutti i piantagrane”. Volevo alzarmi ed applaudire.

Non male questa recensione: E'la più carina ed obiettiva.

«Inside Out», il nuovo cartone animato della Pixar ambientato dentro il cervello di una ragazzina di undici anni, è un’opera geniale e coraggiosa. Ci vuole genio per trasformare le emozioni umane nei personaggi di una storia. E ci vuole coraggio per rivendicare, tra queste emozioni, il ruolo fondamentale della tristezza, raffigurata come una bambina occhialuta, goffa e blu: il colore dello spirito. Per buona parte del film la tristezza si accompagna alla gioia come un intralcio, una ganascia conficcata nelle ruote dell’ottimismo e della felicità. Ma alla fine la sua importanza verrà riconosciuta.
Non così nella vita vera, dove la tristezza è stata espulsa da qualsiasi discorso pubblico e privato. Trattata come un segnale di debolezza, una forma di sabotaggio. Lo sforzo quotidiano di un genitore consiste nell’ allontanare dal figlio il fantasma della tristezza, quasi fosse una condanna a morte anziché un’occasione di vita. Ma un po’ tutti ne hanno paura e fastidio, a cominciare dagli imbonitori della politica che ci vorrebbero pervasi da un entusiasmo ilare e beota.
Per il pensiero dominante la tristezza non consuma e non comunica, si nutre di astinenze e di silenzi, è antieconomica e dannosa. 
Occorreva un cartone animato per ricordarci che un uomo incapace di accogliere la tristezza è un automa. Non solo perché la gioia senza tristezza perde significato, come la luce senza il buio. È che la tristezza sa aprire squarci che permettono di guardarsi dentro da una prospettiva nuova. Rende consapevoli. Dunque umani.

[Massimo Gramellini, tratto dal quotidiano La Stampa del 16 Settembre 2015]

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