Cazzimma
6 Febbraio 2011
Andavamo in trasferta in casa della prima in classifica che le asfaltava tutte senza appello, costruita per vincere il campionato in scioltezza. Noi eravamo la squadra dell'oratorio: ragazzine pure e meravigliose, il mio ex allenatore storico, un dirigente matto come un cavallo e io che arrivavo direttamente dalla serie B dopo essere stata eletta nel quintetto ideale della stagione dagli allenatori a fine campionato.
Ricordo una fatica micidiale ad adeguarmi ad un gioco, quello della promozione femminile, che non è esattamente pallacanestro; diciamo una variante simile. Tutti si aspettavano che facessi mille punti a partita e che le vincessi da sola ma non riuscivo a capire come fare: tutto esageratamente diverso, poca tecnica, molte botte, quasi zero tattica. Mia mamma e mio fratello erano mancati da poco, mangiavo poco e dormivo ancora meno; per non farmi mancare niente avevo iniziato dopo fatiche inenarrabili i lavori di ristrutturazione di casa mia. Tutte cose leggerissime come al solito.
Ricordo anche che con una tonnellata di polvere in giro, andavo a giocare con la divisa che sembrava quella di un muratore.
Entriamo in campo e ritrovo diverse ex giocatrici contro cui avevo giocato negli anni passati (compresa quella simpatica come un cane in chiesa che mi rifilò un cazzotto in testa), con la sfrontatezza di chi non ha niente da perdere. Cuore e via.
Ad un certo punto della partita mi sbloccai ed iniziai a smulinare punti, rimbalzi, botte, bombe, di tutto. Questo urlo liberatorio lo rivivo ogni volta in cui guardo questa meravigliosa foto. C'era dentro di tutto: dolore, rabbia, nostalgia, cuore, voglia di non sprofondare, gratitudine e quella cazzo di adrenalina che ti esce quando sai che sei sulla strada giusta.
Quindici anni.
La pallacanestro mi ha salvata.
Ma in fondo io sono sempre rimasta questa.
Ah, il campionato alla fine lo abbiamo vinto noi all'ultima giornata. :)

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