L'inizio della fine


Domani sono quattro anni.

Quattro anni fa avevo il covid, con febbrone e un malessere pesantissimo. Non c'era il caldo di questi giorni ma ricordo bene la tortura di star male in quella situazione. 

Ricordo la fatica mostruosa poi di tornare negativa, con quella maledetta linea rossa che si accendeva sempre e ancora peggio i tamponi infilati nel naso che sembravano trapanarmi quel poco di cervello rimasto.

L'ultimo mese di vita di mio fratello Roberto è stato un accumulo di dolore che mi ha piegata fino a quasi spezzarmi e che ha avuto ricadute e conseguenze sulla mia vita pesantissime. 

Ho commesso un errore che ho pagato a carissimo prezzo: quello di essere presuntuosa verso me stessa e la mia emotività, di seppellire tutto sotto al famoso tappeto e fare finta che nulla fosse successo. 

Ma la vita ti presenta il conto. Il dolore soprattutto ti presenta il conto. 

Sono stata irrispettosa verso me stessa, mi sono volutamente zittita e trattata no male, precisamente di merda. Non ho voluto ascoltarmi, fermarmi, guardarmi dentro e cercare di capire il perchè, la drammatica sofferenza di mio fratello, mi facesse stare così male.

Di quei giorni ci sono momenti che mi porterò dentro per sempre: uno di questi è il giorno di aprile in cui portai il Robi a Milano all'istituto tumori per gli esami in vista del trapianto delle cellule car-t, una cura sperimentale verso il linfomi di Hodking cui volevano sottoporlo visto che il tumore aggressivo il quale lo aveva colpito era chemiorefrattario, ovvero non rispondeva a nessuna cura "tradizionale"; arrivammo a Milano, lo feci scendere per cercare parcheggio e solo nel momento in cui lessi ISTITUTO TUMORI MILANO  a grandi lettere iniziai a preoccuparmi. Ma lui stava male da settembre ed era impossibile per me realizzare che non ce l'avrebbe fatta. Ne aveva superate tantissime, mica poteva uscirne sconfitto. Lo guardai camminare con la sua andatura inconfondibile da papero con la magliettina verde salvia e i jeans... lì realizzai. Iniziai ad avere paura, una di quelle lontane, che non vuoi ascoltare. Poi il ricovero e il trapianto: all'inizio tutto bene. Solo nelle scorse settimane ho trovato il coraggio di rileggere la nostra chat di casa con cui io e la Simo soprattutto cercavamo di stargli vicino, spronarlo, sostenerlo, fargli capire che eravamo li per lui. I ghiaccioli che bramava come uno che si è perso nel deserto e vede l'oasi per la prima volta; la fanta che era l'unica cosa che gli dava un pò di sollievo e le immancabili caramelle. Poi il 5 giugno tutto improvvisamente degenera: ci chiamano urgentemente dall'ospedale. Altro angoscioso viaggio a tutta velocità, io e la Simo con il Marco. Saliamo in reparto e ci consegnano un sacchetto di plastica trasparente con il suo portafogli e il suo cellulare. Rivivo la scena all'ospedale di Circolo: mia mamma è morta da qualche minuto e vedo arrivare un'infermiera con in mano un sacco giallo della spazzatura in cui c'erano i suoi vestiti e una bustina trasparente con la sua fede, la catenina d'oro e lo swatch che le avevo regalato io. 

Tremo. Ho paura. Inizia a mancarmi il respiro. 

In terapia intensiva ci resterà fino alla mattina del primo luglio, lottando con tutto se stesso per tornare a casa con noi, da noi, nella casa in cui tutto era iniziato. Per usare la spesa che aveva fatto prima di ricoverarsi.

L'altro momento che non dimenticherò mai è quando trovai il coraggio di andarlo a trovare ed entrare nella sua stanzina. Niente mi ricordava mio fratello da tanto che era trasformato nei lineamenti e nel corpo ma non i suoi occhi. Si emozionò così tanto che le macchine cui era attaccato iniziarono tutte a suonare. Tracheotomizzato non ci poteva parlare, ma non serviva. L'ho accarezzato per ogni centimetro di pelle, gli bagnavamo le labbra con l'acqua per dargli un pò di sollievo. Gli parlavamo. Gli raccontavamo delle cose di casa, di cazzate. Ma quegli occhi. Mi si sono conficcati nel cuore e nell'anima. 

Di notte lo pensavo e mi chiedevo cosa poteva passare nella mente di un uomo durante le ore infinite al buio di una terapia intensiva. Il pomeriggio del 30 giugno ci dissero che non c'era più niente da fare e la mattina dopo, presto, sei volato via e io sono crollata assieme a te. Da quel giorno la mia vita ha iniziato a sgretolarsi piano piano fino a crollare del tutto due anni dopo.

Quel momento è stato l'inizio o forse la fine, non l'ho ancora capito. Sta di fatto che il male feroce che un'anima profondamente ferita e ignorata è stata in grado di fare l'ho vissuto e subito con una violenza che non credevo possibile.

Non ho avuto rispetto per me e non ho avuto rispetto per te. Per noi e per quello che siamo stati. Per la mia vita e per il tuo dolore.

Non mi sono riconosciuta come una persona che aveva bisogno di fermarsi, di farsi aiutare, di riconoscere ed ammettere tutta la sua fragilità. La sua debolezza, il suo non potercela fare in una situazione come questa. 

Non ho avuto compassione di me perchè mi sembrava di uscirne sconfitta, da perdente, perchè io non mi ero mai concessa il lusso di mostrarmi indifesa, debole, fragile. Sconfitta. Mai.

Il giorno prima del ricovero lo salutai e volevo abbracciarlo ma non dissi niente perchè mi vergognavo e pensavo che non gli facesse piacere. Pensa che testa di cazzo. Ed è stata l'ultima volta in cui lo vidi in piedi.

Il regalo più grande che la nostra storia mi ha lasciato è di non avere più paura di attraversare ed affrontare anche il dolore più feroce perchè è da li che arriva la salvezza ma soprattutto puoi avere tra le mani il dono di un cuore nuovo, pulito, vero, ricco. Ferito, sgualcito, malandato ma nuovo.

Ti penso ogni giorno perchè sono tantissime le cose che mi parlano di te. Vedo con i tuoi occhi, rido con il tuo bellissimo sorriso. Mi prendo cura dei nostri cani come facevi tu. Il mio cuore batte assieme a te.

Avevi cinquantasette anni e avevamo ancora tanta vita assieme.

Ciao Robi, per sempre.

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